Nel dibattito contemporaneo sulla sanità digitale, il termine dato viene spesso utilizzato come se indicasse un elemento neutro, autosufficiente, intrinsecamente portatore di valore.
In ambito sanitario, tuttavia, questa semplificazione non regge.
Un dato clinico acquisisce significato solo quando è governato. La sua utilità non dipende esclusivamente dalla misurazione in sé, ma da fattori fondamentali come la qualità, la tracciabilità, il contesto clinico e la sicurezza dei flussi informativi che lo accompagnano.
Basti pensare a un esempio comune nella pratica diabetologica: due valori glicemici identici possono raccontare storie cliniche profondamente diverse se cambiano elementi come la terapia in corso, il livello di aderenza del paziente, la sequenza degli eventi clinici precedenti, la presenza di comorbidità o l’andamento nel tempo.
Senza una storia clinica strutturata, quel valore resta un’informazione isolata, incapace di orientare realmente una decisione.
È per questo che le piattaforme digitali in sanità non possono limitarsi alla semplice registrazione dei dati. Devono invece consentire una lettura longitudinale e coerente, rendere trasparenti i passaggi decisionali e garantire la protezione e l’integrità delle informazioni lungo tutto il percorso di cura.
La governance del dato rappresenta, in questo senso, il passaggio chiave che trasforma un archivio in uno strumento clinico attivo: un supporto concreto alla presa in carico, al follow-up e alla gestione delle patologie croniche.
Il nostro approccio nasce proprio da questa consapevolezza. Tecnologia e organizzazione vengono progettate per convivere, con l’obiettivo di sostenere il lavoro clinico quotidiano attraverso sistemi affidabili, capaci di adattarsi a percorsi complessi e di accompagnare nel tempo la gestione delle cronicità.